Innovazione per davvero

Qualche tempo fa ho sentito una persona che diceva ” non è possibile che tutti parlino di innovazione e poi si scopre che fanno sempre le stesse cose…”.
Credo che in parte abbia ragione e in parte no.

Il tema dell’innovazione è molto complesso e sicuramente scriverò cose banali ed incomplete, ma ci provo.

Recentemente ho partecipato ad un focus group – sì, l’ennesimo – e la domanda posta era: quali sono le competenze di chi fa innovazione?

Partirei proprio da qui perchè ci ho riflettuto molto.

Primo. Ogni settore richiede competenze di base da cui non si può prescindere: se lavori in Ferrari molto probabilmente dovrai possedere una laurea in ingegneria – meccanica od elettronica, presumo; se lavori in Lowe Pirella e sei un art probabilmente dovrai aver studiato comunicazione visiva all’Università o in qualche scuola privata; se lavori in Niuko avrai perlopiù un titolo legato alle scienza sociali (lettere e filosofia, psicologia, sociologia, scienze politiche). Fin qui tutto abbastanza bene.

Secondo. Quali sono le competenze distintive per provare a fare innovazione? Ecco che qui iniziamo ad arrotolarci le maniche e arrivano le prime difficoltà.

Se dovessi fare un identikit dell’innovatore direi questo: mi aspetto di avere davanti qualcuno che annusa l’aria ed insegue gli odori inconsueti, anche stravaganti; qualcuno che va a cercare le idee in giro in mondi e luoghi diversi, non necessariamente viaggiando fisicamente; qualcuno che sperimenta e non ha paura di buttare se non funziona; qualcuno che se trova una nuova strada non se ne innamori al punto di non aver paura di lasciare ad altri per cominciare con una nuova ricerca; qualcuno di altamente reattivo alle novità e capace di fermare velocemente lo stimolo in qualcosa di concreto, certo da sviluppare, ma intanto l’ha fermata quell’intuizione… Insomma curiosità, audacia  e concretezza mi pare che rendano bene l’idea.

Terzo. Chi innova con chi o cosa si confronta? Altro passaggio critico.

Nel mio lavoro l’innovazione ha a che vedere con i progetti/corsi, con le metodologie e tecnologie, con gli strumenti di lavoro, con le soluzioni organizzative. E quindi, come per tutte le altre aziende, con i prodotti ed i processi. Da un lato il mercato e dall’altro l’organizzazione.

E cosa ci si aspetta dunque affinchè l’innovazione abbia una ricaduta sul mercato o sull’organizzazione?

Di getto direi: dopo aver agganciato l’idea testiamola confrontandoci con chi è sul mercato o è il mercato (questionari, interviste, focus group – sempre l’ennesimo) oppure con i colleghi che all’interno dell’azienda sperimentano sui processi. Se l’idea funziona trasformiamola in prototipo e facciamola diventare un corso “edizione zero” oppure proviamo a lavorare cambiando all’interno di un’area aziendale il processo o parte di esso. Ed infine industrializziamola inserendo il nuovo progetto/corso all’interno dell’offerta al mercato attivando marketing e commerciale per la vendita o, se all’interno dell’organizzazione, applicandola ad altre aree con la necessaria sponsorship della Direzione.

Più facile a dirsi che a farsi? Probabilmente sì, tuttavia se competenze e metodo ci sostengono si può arrivare più lontano di quanto si creda.

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